Articolo iniziato il 9 Ottobre 2011, ma terminato solo oggi.

In questi ultimi giorni sto seguendo le puntate di Full Metal Alchemist Brotherhood, la seconda e più fedele serie animata tratta dal manga di Hiromu Arakawa. Guardare questa serie e seguire per la seconda volta le vicende dei due fratelli mi sta dando nuove e contrastanti emozioni rispetto alla mia prima visione della storia stessa.
Indubbiamente gli episodi già raccontati precedentemente hanno perso molto della loro carica emotiva, dovuta ad una necessaria sintesi per far in modo che si arrivi presto al punto di svolta che ha dato origine al nuovo corso della storia nella prima serie, ma certi avvenimenti mi hanno comunque scosso e mi hanno fatto gridare al “bastardo!” alcune volte. La vicenda dell’intreccia-vite Shou Tucker per me è una delle più crudeli sotto-trame che si potessero inventare per turbare l’animo dei due fratelli. Non la riporto qui anche se conoscendo la fama della prima serie immagino che chi mi legge sappia a cosa mi riferisco.

Un episodio che già piacevolmente ricordavo in originale, per mia grande soddisfazione, è rimasto simile anche nella nuova versione. Mi riferisco all’episodio “Uno è tutto, tutto è uno!“. Ricordavo l’importanza di questo episodio, anche se quando lo vidi per la prima volta avevo ancora 14 o 15 anni, e rivederlo adesso mi ha fatto davvero capire quanto questa serie possa essere considerata come una scuola di vita da non sottovalutare. La ciclicità della vita, la catena alimentare, le tre fasi dell’alchimia. Ripercorrere le vicende dei due bambini, naufraghi su un’isola e costretti a sopravvivere con le proprie forze, ci ha costretti a seguire con molta attenzione le loro riflessioni sul significato della vita e dell’alchimia.
Da parte mia mi sono sempre sentito un po’ Robinson Crusue e un po’ Tom Sawyer. Non mi spaventa l’idea di dover vivere da solo nella natura e dover ingegnarmi per sopravvivere in comunione e nel rispetto di essa. Sembra strano sentirmi dire queste parole, specialmente per chi “mi conosce” da una vita, ma io sono anche questo. Il mio vero problema è che gli amici con i quali avrei potuto vivere queste esperienze li ho lasciati fuggire via per la mia incapacità di agire nei momenti giusti, arrivando sempre tardi. E succede, delle volte, che mi si manifestano davanti agli occhi queste possibilità sprecate.
E’ successo quest’estate quando per paura che la situazione diventasse più grande di me ho rifuggito un invito al pub e, ancor più significativamente, è successo ieri. Stavo andando a fare l’ultimo bagno della stagione quando nel parcheggio sotto casa rivedo due miei vecchi compagni di scuola. Stavano andando insieme in macchina a giocare una partita di calcio al campo sportivo del paese. Vedere loro due, miei coetanei (siamo nati tutti e tre nel giro di 15 giorni), con la barba e un fisico allenato andare a giocare a calcio con altre persone della loro età mi ha fatto sentire “fuori dal mondo”. Abbiamo avuto una conversazione molto didascalica terminata rapidamente, ma è bastata per ricordarmi quanto siano ormai differenti le nostre strade.

A darmi dimostrazione di aver preso strade diverse dai miei coetanei sono stati gli speciali realizzati dalla redazione di Mtvnews sugli altri ragazzi che, come me, vivono qui sullo “Scoglio”. [Potete trovarli seguendo il seguente link.] Riporto dalla descrizione del video linkato:
“Elba: isola che si anima durante l’estate, ma semideserta in inverno. Per passare il tempo non resta che dedicarsi allo sport e alla musica aspettando il momento di lasciare l’Isola e iscriversi all’Università…“
Già. E’ una definizione sintetica ma molto, molto azzeccata. L’Elba è questo per i ragazzi miei coetanei. Se esci fuori da questi due schemi è difficile riuscire a sopravvivere al noioso inverno e alla frenetica estate. E, a ben pensarci, io non appartengo a nessuna delle due categorie.
Sport non ne ho praticato per via del fatto che l’unico sport che qui era per me possibile fare in maniera continuata era il calcio e di musica non me ne sono mai più di tanto interessato per la mia convinzione di non voler spendere soldi in corsi “senza futuro” e per il fatto che avevo altro per la testa che suonare in una band la tastiera (l’unico strumento che bene o male mi appassiona). Ho avuto una breve parentesi musicale dedicandomi alla chitarra ma è stata una infatuazione passeggera.
C’è pero una cosa che si sono dimenticati, le varie azioni cattoliche: ACR e gruppi di giovani che coadiuvano i catechisti. Ne ho preso parte per i primi due/tre anni delle superiori e questi hanno occupato buona parte del mio tempo libero permettendo che amicizie di una vita non si perdessero per via del cambio di ambiente scolastico e che altre simpatie non svanissero. Però, come tutto ciò che succede qui sull’Isola, è stata un’esperienza destinata a finire in fretta; in quel caso per nostra scelta.
Questi 5 documentari ben esprimono la desolazione a livello sociale che si viene a creare qui sull’Isola a partire da Ottobre fino ad Aprile/Maggio. Sono perfettamente concorde quando viene detto che l’isola non offre alcun tipo di svago per i giovani e che per le sue difficoltà logistiche è persino difficile riuscire ad organizzarsi tra persone di comuni diversi, ma ci sono diversi aspetti che non sono stati affrontati in maniera adeguata e di cui parlerò forte della mia esperienza personale.
La qualità di vita che c’è qui sull’Isola non esiste in nessun’altra parte del mondo.
Metto subito le mani avanti affermando con tranquillità che la qualità della vita che si ha qui sull’Isola è cosa rara in altre parti di Italia e, forse, del mondo: la purezza dell’aria, essere circondati dalla natura, l’assenza di stress dovuti ad un eccessiva quantità di traffico, la tranquillità di una passeggiata nei boschi o di una serata passata a pescare. Tutte queste sono cose che difficilmente si possono ritrovare così concentrate in continente come qui sull’Isola ma tutti questi privilegi, chiamiamoli così, vengono mortificati irrimediabilmente quando ti rendi conto che c’è vita, là fuori, nel continente. I turisti non sono solo “portatori sani di denaro” ma sono persone che vivono una loro vita nei loro paesi di origine. Persone che si ritrovano ogni giorno a doversi confrontare con la incredibile varietà di caratteri, usi e costumi che la civiltà umana ha sviluppato nel corso dei secoli. Persone che fanno tutti i più disperati lavori, dal contadino al manager di un colosso informatico, dall’impiegato all’attore giramondo.
Quando ti accorgi che c’è altro oltre alle solite quattro chiacchiere di paese che ti perseguiteranno a vita, se non sei stato in grado di costruirti qui su questa terra circondata dal mare una situazione che ti permetta di esprimere con tranquillità tutto te stesso, beh, il desiderio di andarsene cresce, cresce sempre di più fino a farti fuggire e magari desiderare di non farci più ritorno.
Ed è, infatti, proprio questa qualità della vita il maggior punto di forza con il quale i genitori più protettivi tentano di far rimanere con sé i propri pargoli dopo il percorso di studi obbligatorio sull’isola. Riporto testualmente le parole del padre di Matteo: “Se vuoi fare trekking, se vuoi fare bicicletta, se vuoi fare qualsiasi tipo di sport lo fai [...] Però, secondo me, hai un metodo di vita impagabile. Per dire, io esco dal lavoro alle sette e me ne vado al mare, perché me lo posso permettere in 5 minuti dal lavoro andare al mare, sto un’ora al mare e poi vado a casa e ceno. E chi è che se lo può permettere, mica tanti? E questo, alla lunga, paga, eh. [...] Ti posso garantire che io un po’ di posti al mondo li ho visti. E dopo pochi giorni che stai in un posto, per quanto bello possa essere, lo Scoglio ti manca.”
Come vediamo il suo discorso è incentrato sulla alta qualità della vita che si può avere qui. Sport, natura, serenità.
Giustamente, però, il figlio replica facendo notare l’assenza di diverse attrazioni fondamentali per qualsiasi giovane del nostro periodo storico: “Non c’hai nemmeno il grande cinema. Non c’hai nemmeno discoteche. Non c’hai pub. Non c’hai intrattenimenti. [...] Però se te tipo a un ragazzo gli dici: «Oh, andiamo a fa’ sub? A fa’ trekking? A fa’ vela? O andiamo in discoteca, al cinema 3D o in pub?» Lui ti fa: «cinema 3D, discoteca e pub.»”
Il padre, porta a suo vantaggio, un interessante punto di vista legato ad una sua precedente esperienza nel Nord Italia: “Quando non ero fidanzato con mamma ero fidanzato con una ragazza del Nord Italia. Andavo ogni mese a trovarla e mi prendevano un po’ tutti in giro. L’elbano sta in un’isola piccolina. Ma cosa fate d’inverno? [...] Ed io a un certo punto gli ho detto: «Scusate, eh? Io sono qui da diversi mesi. Va bene. Voi dite che all’Elba non c’è questo, non c’è quell’altro e voi avete tutto. Però, tutte le sere che si esce si va sempre allo stesso identico bar». Quindi che differenza c’è tra l’Elba e la grande città dove stavano loro? Visto che andavano sempre negli stessi identici posti tutte le sere? Io almeno ho un valore a livello naturalistico, e a livello di qualità di vita che nemmeno se lo sognano.”
Trovo molto interessante questo punto di vista perché altamente vero. Ciò che afferma il padre di Matteo è che se riesci a crearti delle abitudini nelle quali tu e la tua compagnia di amici vi sentite realizzati, non importa il luogo in cui vivete perché sarete sempre soddisfatti di come vanno le cose. E quindi, se bisogna scegliere, perché andare via dall’isola se questa ti offre tanto altro a livello naturalistico e a livello di qualità di vita?
La risposta, pur nella sua pragmaticità, ce la da proprio il padre di Matteo: “Certo, non puoi avere la Scala di Milano.”
E il teatro di Roma, le mostre di Firenze, la musica di Napoli, e la continuità didattica di una qualsiasi scuola del continente, aggiungo io.
La cultura, ciò che differenzia gli uomini dagli animali, non può superare il mare che circonda l’isola.
So bene di cosa parlo quando si tratta di Scuole e di Isole. Direttamente ho vissuto la situazione scolastica dell’Elba e indirettamente conosco la ben più drammatica situazione che si respira sull’isola di Ponza.
Se l’Elba, bene o male, a livello naturalistico e sportivo può offrirti molto, l’isola di Ponza, no. Lì gli unici svaghi ammessi sono l’andare in giro senza una meta, magari bevendo alcool e fumando, giusto per sentirsi grandi, o andare per mare. Inoltre, come appena detto, lì non è neanche pensabile intraprendere un sereno percorso di studi. Quando raggiungi i 14 anni di età e termini la medie dovrai compiere, insieme alla tua famiglia, la scelta più importante della tua vita: andare a studiare fuori casa o fare l’unica scuola superiore presente sull’isola: la ragioneria.
A ben pensarci è proprio una scelta devastante. E’ un grosso sacrificio mantenere un ragazzo 14 enne fuori casa per intraprendere gli studi, quindi le famiglie ci pensano su molte volte prima di decidere in questo senso. Non so esattamente quanti sono i ragazzi che decidono di studiare in una scuola in continente ma so per esperienza che la scuola del luogo non gode di molta salute. Ho diversi parenti di diversi anni più piccoli di me, ma nessuno tra loro sembra davvero interessato a quello che la scuola ti offre. Un mio cugino addirittura ha terminato con la licenza media mentre un altro è sulla stessa buona strada. Quando ci penso non possono che tornarmi in mente i tipici ragazzi dei quartieri disagiati di Napoli. Non è un paragone corretto ma il grado di abbandono a loro stessi sembra il medesimo. C’è anche da dire che tra tutti i miei parenti non ce n’è nessuno che abbia libri o che si prodighi affinché i propri figli imparino ad amare la lettura. “Leggere fa fatica”.
A peggiorare sempre più la situazione è inoltre la sempre più progressiva perdita di autorità che il professore ha sempre storicamente posseduto nei paesi del Sud. Spesso sentendo parlare mia nonna la vedevo lodare la figura del Professore che ha studiato e che sa tutto, perché ha avuto la costanza di studiare sui libri quelle cose complicatissime che cerca poi di insegnare ai suoi allievi. Tra l’altro era usanza offrire pesce e prodotti locali al Professore dei propri bambini come segno di riconoscimento per il lavoro svolto e per averli tolti dalla strada. Ma, adesso, complici le sempre più devastanti riforme scolastiche, anche questa figura ha perso del tutto il suo valore agli occhi delle nuove generazioni.
Riguardo la drastica scelta mi viene in mente di positiva soltanto una cosa; ovvero poter uscire, già a 14 anni, dal limbo in cui la vita su un’Isola ti può trascinare.
Il limbo. Felice di essere un isola…to.
Citando Fabio Bonifacci, autore e sceneggiatore affermato, che stimo molto:
Il limbo del “Sarò in grado?”
Tra i problemi della scrittura che stanno “prima dello scrivere” uno dei più melmosi è l’insicurezza, il senso di colpa, la paura di “star perdendo tempo”. Il tutto riassunto nella domanda fatidica: “Io avrò talento? Sarò in grado di scrivere?”
Analogamente, vivere sull’Isola ti porta facilmente alla stesso tipo di ansie.
“Farò bene a partire e a lasciare tutto?” “Riuscirò a vivere in un ambiente così diverso da questo paradiso?” “E’ davvero necessario abbandonare tutto e iniziare ad essere un peso economico non indifferente per i miei genitori?”
Il desiderio di partire, di cambiare vita, di seguire i propri sogni e ideali è forte, ma l’insicurezza ti divora ancor più del normale. A differenza dei nostri cugini continentali, noi isolani siamo più restii ai cambiamenti, siamo di mentalità più chiusa, siamo lontani dalla frenesia di informazioni che si respira nella città. Se per i ragazzi di città è più semplice fare amicizie, conoscere persone nuove; tendenzialmente, per gli isolani è più difficile. Ci sono le eccezioni in ogni caso, ma vivere sull’Isola ti permette di trovare il tuo posto a contatto con la natura, in cui puoi rifugiarti e riflettere da solo. Il che non è un male, ma può diventarlo se si finisce ad abituarsene a tal punto da perdere quel coraggio per partire alla volta della vita fatta di esperienze reali, e non raccontate.
Io sono felice di essere cresciuto come un isolano, e di aver avuto la possibilità di conoscere le realtà di due isole tra loro unite dalle storie delle persone. L’Isola mi ha dato modo di non perdere di vista quei valori cardine delle famiglie di un tempo, in cui la povertà e la semplicità erano la vera forza per andare avanti in un periodo di estrema difficoltà, specie per le famiglie con più di 8-9 figli, come quella di mio padre. Aver vissuto come un isolano isolato, inoltre, mi ha permesso di entrare a contatto con la mia natura. Di ricordarmi che ci sono anche io, come persona e come essere vivente. Mi sento più un animale che un uomo, e questa la trovo una cosa positiva.
Vivere sull’Isola ti da molto, ma bisogna anche essere in grado di sapere apprezzare tutto ciò che ti offre. Ma quando c’è qualcosa che ti richiama, dal continente, l’unica cosa che bisogna fare è scegliere.
Partire o Rimanere?